Appunti di storia, Copertina

Mosaici antichi: sectilia pavimenta di Villa Adriana

L’isolamento dalla città e la assenza di nuovi insediamenti accelerarono i fenomeni di ruralizzazione; i terreni facenti parte della residenza adrianea furono divisi in apprezzamenti, in gran parte di modeste proporzioni, coltivati a vigna, a uliveto, a seminativo; persino alcune speciali strutture architettoniche della villa (criptoportici) venivano piegate alle esigenze dell’agricoltura: nella seconda metà del XVI secolo Giovanni de’ Conti Bardi concludeva la sua descrizione di Villa Adriana lamentando i bellissimi Teatri e le piazze esser divenute vigne e le vie sotterranee turate dagl’ingordi villani non curanti, per risparmiar lor frutte e uve, di levar il transito a sì stupende, e gran meraviglie “. Le osservazioni del Bardi possono essere estese anche alle epoche precedenti per le quali si presume che l’attività agricola fosse già rilevante, vista la forte  instabilità politica e i pericoli di saccheggi e razzie da parte di eserciti di passaggio e popolazioni rivali.

Nel XV secolo, alla rinascita degli studi umanistici e filologici, Villa Adriana uscì dal leggendario e anonimato dorato cui la mancanza di una tradizione nelle fonti antiche e medoevali l’aveva relegata. Il merito va ascritto a Pio II e a Flavio Biondo: il primo, in un noto passo dei Commentarii, descrive, con una sensibilità quasi romantica per il fascino delle rovine, la viva impressione suscitatagli dalla vista dei resti di Villa Adriana: il secondo, nella Italia illustrata  e in una lettera a Gregorio Lolli (1461), pur ammettendo di non aver personalmente visitato la villa, la identifica  con certezza con quella di cui parla l’H.A. e accenna al proposito espresso da papa Piccolomini che la villa nemore vepribusque purgari…., un provvedimento che, se attuato, sarebbe da annoverare come il primo intervento conservativo compiuto a favore di Villa Adriana. Queste  prime notizie, ancora circoscritte ad un ambito prettamente filologico, ebbero però il merito di spronare gli artisti e gli architetti del Rinascimento a compiere indagini e ricognizioni sul campo. Da Vasari sappiamo che il Bramante “misurò ciò che era a Tiboli e alla  Villa Adriana”, mentre la frequentazione e lo studio dei resti della villa da parte di Raffaello sono testimoniati in una lettera del Bembo al card. Bibiena. L’intensità di queste ricerche è documentata inoltre dai numerosi disegni, sia da artisti celebri come Fra Giocondo, Giuliano da Sangallo, Francesco di Giorgio Martini, Sallustio, Peruzzi, Giovannantonio Dosio, sia ignoti come i cosiddetti Anonimi Italiani A e F dell’Albertina di Vienna disseminati nei musei e nelle biblioteche di tutto il mondo; i monumenti all’epoca più facilmente ispezionabili e quindi maggiormente studiati e rilevati furono il Canopo, la Piazza d’Oro le Grandi Terme, quest’ultime specialmente per le decorazioni in stucco delle volte, che attiravano gli artisti per le  possibilità di confronto che offrivano con le grottesche e gli altri elementi decorativi della Domus Aurea, che proprio in quell’epoca venivano scoperte e insistentemente imitate nella ornamentazione delle dimore nobiliari.

Contemporaneamente incominciarono i primi scavi antiquari: durante il pontificato di Alessandro VI (1492-1503) venne rinvenuto il celebre gruppo delle Muse nel cosiddetto Odeon; a questo stesso periodo se non addirittura prima, andrebbe riportato il ritrovamento dei due “Cioci”, i telamoni egizi del Museo Pio Clementino che, tra il 1504 e il 1507, Giuliano da Sangallo vide, e disegnò, ai lati dell’ingresso del Palazzo Vescovile di Tivoli. Nel corso del XVI secolo proseguirono a gran ritmo le campagne di scavo e si fecero grossi progressi negli studi antiquari e nella conoscenza dell’architettura degli edifici della villa.

Questio: Alexander 

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