Appunti di storia, Copertina

Mosaici antichi: sectilia pavimenta di Villa Adriana

Un’altra direttrice di ampliamento della villa si sviluppò nella zona a sud del Teatro Marittimo e dello Stadio: il portico del Pecile venne trasformato nel lato settentrionale di un grandioso quadriportico, con i lati brevi leggermente ricurvi, al cui interno era compreso un vasto giardino con una piscina al centro; il lato breve occidentale e metà del lato meridionale del quadriportico poggiava su una poderosa costruzione articolata su più piani, nei quali si apriva una serie di ambienti di ampiezza costante ove era alloggiata la servitù. Queste costruzioni note con il nome di Cento Camerelle, piegavano verso sud-est, segnando un allineamento rispetto  alla quale venne impostata di altri importanti complessi di rappresentanza: il Vestibolo, costituito da una corte colonnata conclusa a sud da un’esedra semicircolare, delimitata, ad est, da una sala di passaggio con fronti colonnate su tutti i lati, e, ad ovest, da un ambiente rettangolare più piccolo con pareti mosse da nicchie semicircolari e rettangolari, sul cui lato occidentale si apriva un recesso ove era un tempietto tetrastilo; il Canopo, ancora più a sud-est, lungo una valle il cui fondo era occupato da un canale schermato da colonnati semplici e doppi ai bordi del quale erano poste delle statue, concluso a nord da un emiciclo e prospiciente, verso sud, un grande ninfeo ad esedra semicircolare con fronte ornata da quattro grandi colonne di cipollino, coperta da una semicupola a spicchi. Alle spalle del Canopo, su un terrazzamento sovrastante la valle di Risicoli, sorse l’Accademia, un complesso palaziale  forse autonomo, celebre per i ritrovamenti archeologi settecenteschi ma di cui oggi ben poco resta, che riprendeva alcuni dei motivi architettonici applicati in altre parti della villa (il grande peristilio con doppio colonnato, l’ingresso monumentale con una struttura mistilinea, la sala circolare articolata in nicchie rettangolari e semicircolari nel Tempio di Apollo). In questo settore, le estreme propaggini degli edifici attribuibili alla villa di Adriano erano costituite dall’Odeon, il piccolo teatro posto a sud dell’Accademia, e dalla Torre di Roccabruna, l’edificio – forse un belvedere o un osservatorio scientifico – isolato presso l’estremità occidentale del terrazzamento, costituito in origine da tre ordini sovrapposti di strutture murarie in opera listata. Altre strutture ugualmente periferiche, le cui precarie condizioni materiali non consentono di proporre una collocazione più precisa nel quadro cronologico dello sviluppo edilizio della villa, si trovano invece a nord, sul versante opposto dell’area occupata dalla villa di Adriano, a ridosso del Fosso della Ferrata (Valle di Tempe): si tratta, in particolare, del Teatro Greco e del Tempio di Afrodite, un tempietto circolare inserito entro una grande esedra semicircolare, nota con il nome di Ninfeo Fede per la prossimità con il casino che  il conte Fede si fece costruire agli inizi del XVIII secolo. Per quanto riguarda il periodo di vita della villa successivo all’età di Adriano, le notizie di cui si dispongono sono piuttosto limitate; nel corso dei secoli, gli scavi hanno riportato alla luce busti di imperatori tardi, come Antonio Pio, Marco Aurelio, forse Elagabalo, che possono testimoniare di una saltuaria frequentazione della villa anche dopo la scomparsa del suo fondatore; pare certo, però, che essa venne rapidamente a decadere, ed è presumibile che i primi fenomeni di spoliazione delle sue ricchezze siano avvenuti già molto presto, anche se appare infondata la notizia secondo cui Caracalla avrebbe prelevato i marmi della villa per ornare le sue terme, e solo congetturale l’ipotesi che Costantino abbia fatto lo stesso per abbellire la sua nuova capitale sulle rive del Bosforo (l’ipotesi di uno spoglio di epoca costantiniana, ma a beneficio di un monumento di Roma, precisamente l’Arco di Costantino, è sostenuta da R. Turcan, in CRAI, 1991. Secondo lo studioso, gli otto tondi adrianei con scene di caccia e di sacrifici a divinità, dal contenuto personale e quasi privato, potrebbero provenire difatti dal portale di ingresso del Vestibolo. Un indizio del precoce avvio dell’opera di spoliazione della villa sarebbe fornito, secondo Salza  Prina Ricotti, 1973-1974, dal prictopotico delle Grandi Terme dove, sotto un intonaco di tardo impero, si vedono i fori per le grappe del sectile parietale,  anche se potrebbe trattarsi di grappe per intonaco oppure di una preparazione per un rivestimento marmoreo in seguito non messo in opera). Anche i pretesi vandalismi compiuti dai Goti d Totila nel corso della guerra greco-gotica, se pure pienamente plausibili, non sono confermati dalle fonti. Nei passi della “Guerra gotica” riguardante l’assedio di Tivoli (Bellum githicum), Procopio non fa  nessuna allusione alla Villa Adriana o ad altre residenze suburbane. Il Medioevo continuò ad essere una fase profondamente oscura nella storia della villa tiburtina. Come tutti i siti creati artificialmente, la vita di Villa Adriana era destinata a cessare non appena fossero venute meno le condizioni che ne avevano permesso la nascita, tanto più che la struttura d’insieme, così dilatata, non era certo la più idonea a favorire forme di insediamento in un’età, come quella medioevale, in cui si ricercavano requisiti di compattezza e di facile difendibilità del sito. La tradizione vuole che la villa divenisse allora una sorta di immensa cava di materiali edilizi e di pezzi architettonici, pronti per la riutilizzazione nelle chiese e negli edifici civili di Tivoli; anche in questo caso, purtroppo, non si hanno notizie precise circa l’effettiva entità di questi avvenimenti. E’ logico supporre che, per i bisogni più immediati, le rovine dei monumenti urbani potessero bastare ai tiburtini per l’erezione delle loro chiese e dei loro palazzi; è altrettanto plausibile pensare che, data la non lieve distanza  dal centro urbano, gli abitanti di Tivoli preferissero prelevare da Villa Adriana semplicemente i materiali da costruzione più facilmente trasportabili, come blocchi di tufo, laterizi, calce ottenuta dalla distruzione dei marmi nelle calcare. Secondo quest’ottica, nel Pantanello, un’area sita a nord del Teatro Greco, dove nel corso del ‘700 si rinvennero moltissimi frammenti di statue e rilievi di Villa Adriana, sarebbe possibile riconoscere un centro di raccolta dei marmi destinati al reimpiego, in prossimità, peraltro, della strada per Tivoli. La presenza di fornaci nelle quali si produceva calce coi marmi raccolti nella villa è attestate, per esempio, nell’area tra lo Stadio e l’Edificio con Peschiera. Nei lavori di ripulitura delle superfici del settore settentrionale dello Stadio, Hoffmann riferisce di aver raccolto e fatto analizzare campioni di terreno tufaceo rossastro ricco di alcuni minerali e di frammenti di ferro ossidato, la cui presenza si potrebbe spiegare con l’esistenza in quest’area di una antica calcara. Esistono però alcune notevoli eccezioni: le statue dei  “Cioci”, i due telamoni egizi rimasti fino alla fine del XVIII secolo a guardia dell’ingresso del Palazzo Vescovile, avrebbero raggiunto Tivoli già precocemente, mentre una tradizione non pienamente documentata, vuole che le colonne della chiesa di S. Pietro  provengano da edifici di Villa Adriana, forse da impianti termali, così afferma Ligorio. Lungo tutto l’arco del Medioevo, molte altre devono essere state le spoliazioni e le distruzioni verificatesi ai danni dei luoghi noti con il nome di “Tivoli vecchia”, anche perché gli statuti comunali imponevano ammende nei confronti di chi demoliva i monumenti di Tivoli per procurarsi materiale edilizio.

Questio: Alexander  

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